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ora d'arte

Harry non può!

today3 Febbraio 2026 29 6 5

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Ci sono puntate che scorrono.

E poi ce ne sono altre che restano.

La diciassettesima puntata di Ora d’Arte, andata in onda dagli studi di Peschiera Borromeo, è stata una di quelle serate in cui la radio smette di essere semplice intrattenimento e diventa luogo di custodia: delle ferite, della memoria, della bellezza.

Il filo conduttore è stato chiaro sin dall’inizio:

quando la natura colpisce, l’Arte non spiega il dolore… lo custodisce.

Perché il viaggio di questa puntata aveva una direzione precisa.

Una terra amata, luminosa, fragile e potentissima: la Sicilia.

Una Sicilia ferita, colpita nei giorni precedenti dal ciclone Harry, che ha devastato coste, borghi, spiagge e abitazioni. Taormina, Giardini Naxos, Isola Bella, Avola, il messinese, il catanese, il trapanese. Case perdute, famiglie evacuate, silenzi mediatici assordanti.

E allora, Ora d’Arte ha scelto di fare ciò che sa fare meglio: restare.

Restare con il pensiero, con l’ascolto, con il rispetto.

L’arte come atto di resistenza

La colonna sonora non è stata un contorno, ma una dichiarazione di intenti:

Times Like These dei Foo Fighters in versione acustica ha aperto la strada, seguita dalla potenza senza tempo di Locomotive Breath dei Jethro Tull e dalla sospensione emotiva di Lucky dei Radiohead.

Musica come arte libera.

Arte come spazio inviolabile.

Perché tutto può essere tolto, ma non la bellezza.

E la Sicilia – è stato detto chiaramente – non si tocca.

Forza d’Agrò: dove l’arte non ha bisogno di musei

Il racconto si è poi fatto intimo, quasi sussurrato, posandosi su un luogo poco urlato ma carico di magia: Forza d’Agrò, borgo di 900 abitanti sospeso tra mare e montagna. Vicoli come pagine di un libro antico, pietra che trattiene il sole, balconi fioriti, chiese profumate d’incenso, panorami che sembrano usciti da una tela impressionista.

Un paese che è stato anche set cinematografico de Il Padrino, ma che soprattutto è atto d’amore silenzioso, capace di lasciare tracce profonde nell’anima di chi passa.

La Sicilia raccontata da chi l’ha amata davvero

Da lì, il viaggio si è allargato alla letteratura siciliana, quella che non idealizza ma promette fedeltà.

Salvatore Quasimodo, con la sua poesia intrisa di luce e solitudine;

Giovanni Verga e la Sicilia come destino;

Lucio Piccolo, che vedeva l’isola come un giardino di favole;

Stefano D’Arrigo e il mare infinito dell’anima;

Luigi Pirandello, capace di amare la sua terra senza assolverla.

Scrittori che non hanno mai abbandonato la Sicilia, nemmeno quando la critica si faceva aspra. Perché scriverne, per loro, era un atto di responsabilità.

Pennelli, luce e memoria

E se le parole l’hanno raccontata, i pennelli l’hanno resa eterna.

Da Hackert e la Valle dei Templi custodita all’Ermitage, al Caravaggio siciliano e tragico.

Da Francesco Lojacono, pittore della luce, fino a Renato Guttuso, con la sua Sicilia carnale, politica, furiosa e vera.

Un patrimonio che parla di identità, migrazione, ferite… e bellezza indistruttibile.

Restare

La puntata si è chiusa così come era iniziata: con l’idea che l’arte non aggiusta, non consola facilmente, ma resta.

Resta accanto a chi ha perso.

Resta come promessa.

Resta come atto d’amore.

E mentre Hold the Line dei Toto accompagnava gli ultimi minuti di diretta, una cosa era chiara a tutti:

questa non è stata solo una puntata di Ora d’Arte, è stata una presa di posizione.

Perché la Sicilia non è solo una regione, è memoria collettiva, è orgoglio nazionale, è bellezza che resiste.

E, come l’arte, non si arrende.

Scritto da: Danny2.0

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