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Foo Fighter I-Days credit Carlo Marsico
Domenica 5 luglio, all’Ippodromo SNAI La Maura, i Foo Fighters hanno chiuso l’unica data italiana del Take Cover Tour 2026 con uno spettacolo che, semplicemente, non lascia scampo: tre ore di musica no-stop, davanti a una folla stimata in 65mila persone, che hanno attraversato trent’anni di carriera senza un attimo di stanchezza.
La serata si è aperta con due nomi che raccontano bene lo stato di salute del rock britannico contemporaneo. I Fat Dog, band imprevedibile pronta a pubblicare in autunno il nuovo disco Cancel Me (I’m Tired), e gli Idles, capitanati da un Joe Talbot che alterna rabbia, ironia e impegno sociale con una presenza scenica ormai consolidata. Due opener che non hanno riempito solo il tempo, ma preparato davvero il pubblico a quello che sarebbe arrivato dopo.

Poi è partita “All My Life”, e da lì in avanti il concerto si è trasformato in quello che potremmo chiamare un gigantesco karaoke collettivo: “The Pretender”, “My Hero”, “Learn to Fly”, “Times Like These”, “Best of You”, “These Days“, fino all’immancabile chiusura con “Everlong”. Una scaletta che ha pescato soprattutto dal repertorio storico, lasciando volutamente poco spazio al nuovo album Your Favorite Toy, uscito lo scorso aprile e probabilmente il disco più diretto e aggressivo della band negli ultimi anni. Non è un caso: la data milanese coincideva con l’anniversario dei 31 anni dall’uscita del loro primo disco, e la scelta di guardare indietro è sembrata più una dichiarazione d’amore verso il proprio pubblico che una mancanza di coraggio.
Non sono mancati i momenti pensati per i fan più attenti: un frammento di “Ace of Spades” dei Motörhead incastonato dentro “No Son of Mine”, omaggio a Lemmy; “Marigold”, brano che Dave Grohl scrisse ancora ai tempi dei Nirvana come B-side di “Heart Shaped Box”; una versione acustica di “Wheels”. Piccoli scarti dal canone che hanno reso la serata meno prevedibile di quanto una scaletta già nota da giorni potesse suggerire.

Al centro di tutto, come sempre, Dave Grohl. Definito da anni il “nicest guy in rock”, ha tenuto il pubblico in pugno dall’inizio alla fine senza mai trasformare la serata in un one-man show. Ha scherzato, ha provato qualche parola in italiano, ha raccontato aneddoti, ha lasciato spazio a ogni componente della band per suonare un pezzo dei propri progetti passati, con tanto di scambio di ruoli con il nuovo batterista Ilan Rubin, ex Nine Inch Nails, che si è seduto alla batteria mentre Grohl tornava dietro le pelli per qualche istante. E quando, tra il pubblico, qualcuno ha avuto bisogno di soccorso, il concerto si è fermato: Grohl ha aspettato che arrivasse l’assistenza prima di ripartire, senza clamore, come una cosa normale da fare.

Dietro la leggerezza dello show, restano gli anni difficili che la band ha attraversato: la morte di Taylor Hawkins, quella della madre di Grohl, l’uscita di Josh Freese dopo un solo tour e l’arrivo di Rubin. Ferite che hanno trovato spazio nella scrittura di Your Favorite Toy, ma che sul palco non pesano: prevale ancora, evidente, il piacere di suonare insieme. Le canzoni si allargano spesso in jam, i musicisti sono perfettamente allineati, e la sensazione è quella di una macchina che il tempo, e le difficoltà, non sono riusciti a intaccare.
Alla fine resta una certezza semplice: i Foo Fighters possono cambiare formazione, attraversare lutti e crisi personali, aprire nuovi capitoli artistici, ma dal vivo restano una categoria a parte. Una macchina potente che regge tre ore di show facendo sembrare tutto incredibilmente facile.
Scritto da: Rossella Rosselli
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