Mentre si presenta ai miei occhi la fascinosa e misteriosa Notte, illuminata da un lontano chiarore di stelle, preannunciando l’avvento di un nuovo giorno, cala inesorabilmente il sipario sui Mondiali di calcio e con esso si spengono lentamente le luci della ribalta sui protagonisti di questo straordinario evento che, nonostante certe contraddizioni, non perde quella intrinseca unicità, ossia il fatto di disputarsi ogni quattro anni: per cui quattro lunghi anni di attesa e un arrivederci al 2030!
Immerso in una sorta di vuoto malinconico, cerco rifugio in un silenzio ovattato di immagini del passato (mi appaiono alcune figure mitologiche che hanno vestito con dignità, fierezza e perizia la maglia azzurra e alcuni allenatori leggendari ora vincenti, ora “semi-vincenti”, ma in ogni caso costantemente criticati), e così temporeggio prima di proporre qualche riflessione e trarre le conseguenti conclusioni a margine del Campionato del Mondo.
Accantonati con particolare cura gli indelebili ricordi azzurri e con l’auspicio che il tricolore torni a far bella mostra di sé stesso, animato da venti di rinnovamento e di positività, mi tuffo nelle dolci acque di questo Torneo, impeccabilmente organizzato da Canada, Stati Uniti e Messico, il quale, al di là di polemiche incentrate soprattutto sull’inopportuna ingerenza della politica internazionale, sulla trasformazione del calcio in un prodotto (una volta era un salutare servizio che conferiva momenti di svago ad adulti, bambini e famiglie) sempre più assoggettato al giogo delle esigenze commerciali e fortemente remunerative e sugli orari infausti di talune partite, ha proclamato il trionfo del gioco di squadra, lo splendore di rare gemme di individualità, nonché storie di umana commozione.
Innanzitutto, un plauso alla sfavillante ed estremamente longeva carriera di due giocatori che hanno dato lustro a questo sport con epiche imprese, altissima professionalità e un tangibile e avvolgente carisma sui compagni di squadra e sui tifosi: il portoghese Cristiano Ronaldo e l’argentino Leo Messi.
Che siano d’esempio quelle lacrime d’addio che hanno rigato i loro volti nel congedarsi dal palcoscenico mondiale!
Un plauso inoltre a colui che si è laureato capocannoniere del Torneo con 10 gol, nonché vincitore della Scarpa d’Oro e miglior marcatore di sempre nella storia dei Mondiali con 22 marcature: un nome e un cognome che è già una garanzia di successi, Kylian Mbappé. Il francese con i suoi ventisette anni ha assunto l’eredità lasciatagli dai due mirabili quarantenni sopra citati e si colloca placidamente nel firmamento calcistico internazionale.
Tuttavia il calcio non è solo l’esaltazione del singolo, pur nella sua ascensionale perfezione balistica, tant’è che nessuno dei tre Giganti pedestri e pluridecorati ha conseguito l’alloro mondiale con la propria Nazionale in questa manifestazione del centro-nord America, ma è fondamentalmente l’armonia strutturata di un gioco di squadra in cui anche il giocatore più talentuoso si inchina dinnanzi a sua maestà il Gruppo, il quale gruppo a sua volta si prostra al cospetto dell’autentico protagonista: il Pallone!
Mi fermo un attimo, osservo il pallone di Italia 90, riposto su di una mensola della biblioteca dello studio casalingo e gli domando, preso da un vortice di sensazioni, essendo lui il mio sferico e prezioso confidente: “Caro pallone, sai chi ha vinto il Mondiale?”. Risponde sornione e senza esitazione: “Ha vinto chi ha giocato a calcio e non a calci, chi mi conosce fin dai suoi primi passi da imberbe calciatorino, chi mi tratta con cura e amorevolezza, chi crede in me, chi sa con tecnica sopraffina ed eleganza diamantina stopparmi, lanciarmi, insaccarmi e pararmi.” Stupito ed estasiato, trattengo per qualche attimo il fiato e continuo ad ascoltarlo nella sua progressione verbale: “Vedi, ogni squadra ha la sua filosofia calcistica impartita dal proprio allenatore, vanta la sua storia e possiede la sua anima, ma chi vuole cercare di intraprendere un percorso virtuoso e proficuo non può esimersi dall’entrare in relazione e in empatia con me. E la Spagna, guidata da mister de la Fuente, esempio sublime di raffinata intelligenza e di profonda umanità pallonara, ha semplicemente e naturalmente dimostrato tutto questo non solo nella finalissima, ma anche nelle gare precedenti in ossequio alla tradizione patria!”.
Ringrazio il mio amico Pallone per la sua analisi e umilmente aggiungo che la formazione iberica vince anche quando perde, perché segue la strada tracciata dai suoi padri fondatori secondo i quali il gioco viene prima di tutto ed il pallone è lo strumento supremo per raggiungere il fine ultimo che si chiama divertimento e spesso si declina in nobili e reiterati successi.
Mentre gli argentini, sopraffatti dall’ira per la sconfitta, danno luogo, al triplice fischio dell’arbitro Vincic, a una rissa immotivata e palesemente contrastante coi valori etico-sportivi macchiando così il suo cammino improntato su mero spirito di abnegazione, profondo coraggio e infinita passione; gli spagnoli, invece, gioiscono nel rispetto dell’avversario, ricevono onori e gloria anche per la conquista di titoli individuali (Unai Simon, miglior portiere, Cubarsi, miglior giovane, Rodri, miglior giocatore), si stringono attorno al loro Capitano, fonte di saggezza e sapienza, che, con entusiasmo e orgoglio, alza al cielo la Coppa del Mondo, il tutto sotto l’occhio vigile di don de la Fuente, un allenatore dalle acclarate competenze, simbolo di indiscussa umiltà, nonché una sorta inimitabile di padre putativo per i suoi meravigliosi ragazzi, da lui svezzati, cresciuti ed educati alla comunione di intenti e alle regole dello spogliatoio.
Nel ringraziare con intramontabile affetto questo Mondiale per le svariate gioie donatemi e ciascuno di voi per il generoso tempo dedicatomi, stringo a me-idealmente-quella palla di color corallo, regalatami in tenera età dai miei genitori, che non l’ho mai presa a calci ma l’ho solamente accarezzata fantasticando, con animo leggero e un intimo sorriso, lunghi viaggi tra le vie del pianeta calcio.
A ciascuno di noi chiedo di osservare con attenzione l’incantevole sorriso di un bambino quando gli si porge un pallone: egli inizierà a correre in libertà, inseguendo la sua idea di felicità.
Serenamente,
Cristiano Ruaro
Ex Agente FIFA e commentatore calcistico televisivo
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