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Il silenzio dell’arena, l’eco del cuore: storia di Manolete

today5 Agosto 2025 509 22

Sfondo
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Voglio raccontarvi una storia vera, una storia ambientata in quella Spagna dove la discutibile arte del toreare, sa anche riconoscere emozioni profonde, che nei matadores, vede riflessa la propria eternità, la vita che sfida la morte.

Manuel Rodriguez Sanchez, meglio noto come Manolete, rappresentava al meglio i valori della solatìa terra dei tori, era lui uno dei migliori interpreti di quell’arte che qualcuno chiama cultura e qualcun’altro, inutile massacro: quello spettacolo di olè dentro al suono della banda che accompagna il fatidico paso doble, colonna sonora di ogni corrida, sogno e dolore di ogni matador.

El Manolete, un viso da buon uomo, scappato dalla miseria grazie alle corride e divenuto poi, uno dei migliori di tutti i tempi. La polvere ed il sangue, il suo pane quotidiano, la sua amata Lupe, la sola ragione di vita – “Non dire a nessuno che ti chiamo mamita” – la implorava.

Poi, ancora una volta in mezzo all’arena, a tu per tu con la bestia, a tu per tu con la morte che più di ogni altra cosa al mondo, il torero temeva. Sapeva affrontare i tori con gesti essenziali, imponeva loro veroniche di bellezza straordinaria, aveva un gran gioco di braccia, che muoveva con movimenti soavi e lenti. Lentezza come perfezione, veroniche dense, drammatiche, profonde, oppure allegre, alate, palpitanti. “Il toro non è mai stato mio nemico, ma il mio principale collaboratore” – ebbe a dire il Manolete.

Il torero era così famoso, che quando l’autista lo accompagnava in auto da Siviglia a Madrid, la gente scendeva nelle strade anche solo per vederlo o poterlo sfiorare. “Sono nato per non avere legami”- ripeteva. Fragile e sensibile fuori dall’arena, spietato sul campo di battaglia, dove sapeva rinascere e sentirsi vivo – “Cosa sarà di me se mi ritiro, mamita”? – ripeteva alla sua amata Lupe. “Hai così paura della morte, al punto che ne sei innamorato”- rispondeva la donna. “Io sono la tua amante, la morte è tua moglie”.

Furibonde discussioni e passionali riconciliazioni, fecero della sua vita sentimentale, il vero tormento della sua esistenza e, anche nei momenti peggiori si ripeteva: “non credo di poter vivere senza di lei”.

Poi venne il giorno del suo ultimo combattimento, si trattava più che altro di un confronto, una sfida che un emergente e giovane torero, divenuto in breve tempo una delle migliori promesse, gli aveva coraggiosamente lanciato. Il suo nome era Luis Miguel Dominguin. Quest’ultimo, nell’arena di Linares, nella stessa Spagna, fu da subito acclamato, mentre per Manolete sin dall’inizio furono fischi. Inizialmente fu il giovane ad esibirsi e fu un grande successo, poi, venne la volta dell’esperto torero di Cordova, el Manolete, che seppe dar spettacolo sin dai primissimi minuti della sua esibizione, trasformando in applausi quelli che inizialmente furono fischi e trascinando ancora una volta il pubblico dalla sua parte. Veroniche, tecnica sopraffina e poi suspence…

La sfida finale al grosso toro sfinito fermo come una scultura nel mezzo dell’arena, ma vivo più che mai: Manolete estrasse la spada e la indicò al furente ed esamine toro che ebbe un ultimo scatto di ira e disperazione. L’animale puntò il torero e in un attimo solo gli trafisse una gamba. Il pubblico urlò terrorizzato, il Manolete venne subito soccorso e trasferito con urgenza in ospedale. Non ci fu nulla da fare, il torero si spense all’età di 30 anni, quel 28 Agosto del 1947. “Mamita – mamita”- furono le ultime parole pronunciate dall’agonizzante torero, tant’è vero che quando Lupe chiese di vederlo, i medici le impedirono di entrare in infermeria dicendo alla donna che Manolete, chiedeva solo di poter vedere sua mamma, ma nessuno seppe per molto tempo, che quando in fin di vita Manolete pronunciò quelle parole, lo fece per invocare l’ultimo sguardo della sua amata Lupe.

Islero, fu il nome del toro che lo uccise.

Scritto da: Danny2.0

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