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Radio Active 20068 L'ascolti in tutto il mondo
L’11 luglio 1969 usciva il singolo che trasformò David Bowie da promessa inquieta a visione compiuta: una canzone sospesa tra spazio, solitudine e meraviglia pop.
C’è qualcosa di potentissimo nel tempismo di “Space Oddity”: uscì nel Regno Unito l’11 luglio 1969, pochi giorni prima che il mondo trattenesse il fiato per l’Apollo 11. Ma Bowie non scrisse un inno tecnico alla conquista dello spazio. Fece una scelta più pop e più umana: mise al centro un uomo che fluttua, si allontana, perde contatto e proprio per questo diventa vicinissimo. Major Tom non era solo fantascienza. Era già la sensazione, modernissima, di sentirsi minuscoli davanti a un’epoca enorme.
La forza del brano sta tutta in quel contrasto tra l’avventura cosmica e l’intimità quasi fragile della voce. Bowie prende l’estetica di “2001: Odissea nello spazio”, la fa scendere nella forma canzone e la rende accessibile senza impoverirla. Quando poi la BBC la usò nella copertura televisiva dell’allunaggio, il legame tra il pezzo e quel momento storico diventò immediato. Non era più soltanto un singolo ben scritto: era una lente emotiva per leggere il futuro, con dentro stupore, paura, eleganza e una malinconia che il pop di allora non mostrava quasi mai così bene.
Tornare oggi a “Space Oddity” significa ricordare il momento in cui Bowie smise di inseguire una forma e la inventò. In quella canzone c’è già il suo dono più raro: fare spettacolo senza perdere complessità, portare nel mainstream un personaggio e insieme un’ombra, una melodia e insieme una domanda. Per questo, più che una semplice ricorrenza, resta una scossa: ci ricorda che il pop può essere visionario senza diventare freddo. E tu, quale canzone ti ha fatto sentire almeno una volta lontano dal mondo, ma incredibilmente più vicino a te stesso?
Scritto da: Radio Active
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